Programmare per competenze – indicazioni e suggerimenti

L’elaborazione di un percorso di programmazione non può prescindere da una premessa fondamentale: si apprende, si fa proprio solo ciò che si ama, ciò che appassiona, ciò per cui si prova un reale interesse.

È solo una motivazione adeguata che può sostenere la fatica dello studio e che consente di apprendere. Preliminare ad ogni lavoro per la costruzione e l’affinamento delle varie competenze è quindi l’affronto, la cura dell’aspetto motivazionale nell’allievo. E questo vale non solo nel senso cronologico di qualcosa da fare prima, all’inizio del percorso, ma nel senso di qualcosa che sottende in ogni istante, in ogni fase, l’attività didattica.

Cosa vuol dire interesse? Vuol dire, etimologicamente, “esser dentro”, cioè affrontare la realtà percependone la rilevanza per sé, nel presente e non solo in vista di un futuro. Non è infatti motivazione adeguata quella di chi dice che, anche se non se ne percepisce il valore, certe discipline o certi argomenti vanno studiati perché serviranno in futuro. Questo non è sufficiente. Deve esserci alla base dello studio una reale percezione di bellezza e di convenienza, adesso, nell’oggi di chi studia. Si studia perché così si può fare esperienza di una bellezza, la bellezza di scoprire la realtà e se stessi dentro la realtà, di scoprire e conoscere il mondo che ci circonda, di aprire nuovi orizzonti, di crescere e costruire la propria umanità sempre più grande e capace di abbracciare il mondo e le cose. Accorgersi di questo è fonte di grande soddisfazione e regge ogni fatica. Suscitare e sostenere questo interesse è il grande obiettivo che si veicola attraverso il piccolo e faticoso lavoro didattico quotidiano.

Ma se vale questo allora diventa fondamentale la figura dell’insegnante. Più ancora che l’attività che svolge, pure importante, è il suo atteggiamento in primis che contribuisce a suscitare e sostenere la crescita motivazionale nell’allievo, oppure, ahimè, che può contribuire a spegnerla. Non si può prescindere dall’insegnante (etimologicamente “colui che lascia il segno”), dalle sue caratteristiche, dal suo modo di fare. L’insegnante deve essere motivato, deve sentirsi all’interno di quello che insegna, deve mettersi in gioco in ciò che fa, deve scoprire/riscoprire ogni giorno quello che insegna come rilevante per sé. Nulla nell’insegnamento può essere scontato, ripetitivo, abitudinario, meccanico o, peggio ancora, trasmesso con sottile o esplicito scetticismo.

La programmazione per competenze sicuramente mette in gioco l’allievo, e questa è senz’ombra di dubbio una grande conquista della didattica recente, ma prima di tutto deve mettere in gioco il docente che non può ridursi a essere solo l’organizzatore di “situazioni di apprendimento” per poi scomparire. Troppo spesso nelle didattiche più in voga si ha l’impressione che insegnante sia quasi un elemento di disturbo che sarebbe meglio scomparisse nel processo di apprendimento, un attore tutto sommato ininfluente o addirittura dannoso. Ciò non può essere vero: senza l’insegnante che si fa protagonista nel rapporto con gli allievi e con la sua disciplina non si generano situazioni di reale apprendimento, ma solo sterili manipolazioni da e sull’allievo che ultimamente non producono frutto e lasciano solo vuoto e disincanto.

In questo senso va spezzata una lancia in favore della tanto bistrattata lezione frontale. Certo essa non va intesa come una trasmissione ideologica di contenuti predefiniti e da prendersi a scatola chiusa, un parlare meccanico, che non tenga conto di chi c’è davanti e del contesto in cui si opera, che chiede solo all’allievo attività di memorizzazione e ripetizione; né può prescindere da nuove metodologie e strumenti che stanno aprendo piste di lavoro interessanti. Deve essere invece una lezione partecipata, impostata e condotta dal docente in modo da stimolare continuamente l’interesse vivo degli allievi, tesa più a far sorgere domande che a dare risposte, o a scoprire le risposte assieme a loro, senza escludere che determinate domande vengano lasciate aperte come una ferita da sanare poi col tempo, quando i ragazzi diventeranno uomini. Questo è ciò che è veramente indispensabile nel lavoro didattico.

Attività laboratoriali di qualsiasi tipo, pur utili e interessanti, possono solo affiancare ma non sostituire questo momento quasi magico in cui all’allievo, tramite l’insegnante, si spalanca continuamente il mondo davanti a sé. Scrive a questo proposito Massimo Recalcati: “Un’ora di lezione può cambiare una vita, imprimere al destino un’altra direzione (…) Tutti abbiamo fatto esperienza di cosa può essere un’ora di lezione: visitare un altro luogo, un altro mondo, essere trasportati, catapultati in un altrove, incontrare l’inatteso, la meraviglia, l’inedito” (M. Recalcati, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi, Torino, 2014 pag. 98).

Questo vale in modo ancor più netto per l’insegnamento della storia nella Scuola secondaria di primo grado, insegnamento che non può che essere impostato nella forma della narrazione, per suscitare nell’allievo il fascino della scoperta dell’avventura umana nel tempo. A diventare piccoli o grandi storici, esperti nel maneggio dei documenti, nell’analisi delle strutture socio-economico-politiche, nel delineare grandi sintesi di civiltà ci penseranno dopo, se vorranno intraprendere studi superiori con questo indirizzo, magari dopo aver incontrati alle “medie” maestri come quelli di cui abbiamo parlato sopra.

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